RECENSIONI E COMMENTI

Recensioni

Gabriele DONATI

Buongiorno Serse, ho finito di leggere l’anteprima del libro che hai scritto. Direi senza ombra di dubbio che la trama è avvincente ed è scritto in maniera molto scorrevole. Spero vivamente che questa bozza possa avere una veloce pubblicazione

Maria Luisa CROSINA

Un libro molto importante, secondo me, che non solo ricostruisce gli eventi occorsi  ai suoi Cari, ma che offre uno spaccato della vita  di un tempo in questa zona  dell’Alto Friuli, delle difficoltà, della povertà che non diviene mai miseria morale, della forza per superare qualsiasi avversità, distacco, dolore; forza trovata in sé stessi e nella solidità degli affetti familiari, simboleggiati dall’edera che dà il titolo al libro ed orna di sé la sua copertina.
Quell’edera che, dove si attacca, non muore.

Gloria GORTAN

Complimentarmi per la stesura del tuo libro. L’ho letto tutto di un colpo. Scorrevole, coinvolgente ed emozionante… una storia vera, come dici tu. Che bello sarebbe se ogni famiglia potesse avere un libro del genere dei propri antenati… ancora complimenti! Se ne facessero un film sarebbe molto bello e in molti penso si rispecchierebbero!

Commenti

  1. Avatar Arlette Spangaro
    Arlette Spangaro

    Complimenti per il libro, per la vostra famiglia, è commovente e mi è piaciuto tantissimo. l’ho letto e finito in pochi giorni. Mi ha ricordato certi racconti di mio padre quando eravamo bambine in Francia, con le mie sorelle e la vita dei paesetti della Carnia quando venivamo durante le vacanze d’estate, noi che siamo cresciute in una città come Strasburgo.
    Grazie mille.

  2. Avatar Raffaele Piccolini
    Raffaele Piccolini

    L’edera di Serse Tacus

    Ho letto il libro e l’ho trovato di grande interesse.
    L’andamento del racconto avvince il lettore fin dall’introduzione perché segna il tracciato storico e rievocativo che l’autore avrebbe percorso per ricostruire le vicende e le relazioni che hanno profondamente segnato la sua famiglia nel tempo. Un cognome, il suo – “Tacus” – associato a un nome – “Mario” – che sulle prime designa una persona a lui sconosciuta. Eppure, eppure questa persona certamente avrebbe dovuto far parte della sua storia personale in quanto veniva presentato come appartenente alla sua famiglia d’origine. Come mai, ripeteva continuamente a sé stesso l’autore, non ne so niente, io che mi vanto di conoscere tutti i suoi membri?
    Ed ecco che nasce la curiosità emotiva e intellettuale di ricercare e di ritessere i fili della sua gente ritornando indietro nel tempo fin dove i documenti, le testimonianze e i ricordi potevano consentirgli.
    Così una curiosità che normalmente si spegne in breve e che viene riposta nel deposito dei misteri irresolubili della memoria, diviene, all’opposto, per il nostro autore il motore di una ricostruzione documentata, minuziosa, argomentata, distesa, avvincente delle vicende legate sia più strettamente alla sua famiglia sia più ampiamente al paese originario – Cludinico – alla valle di Gorto – in particolare Ovaro, Ovasta e Gracco – , all’ambiente, al mondo, alla storia sociale e politica dell’Italia, a partire dai primi anni del secolo scorso.
    Il riordino dei ricordi diviene una necessità emotiva e intellettuale per restituire un senso al proprio vissuto, al proprio posto nel mondo e, nel contempo, diventa un dono prezioso per i propri cari e per la propria gente in quanto illumina, per ciascuno di essi, la silenziosa grandezza del suo percorso.

    Una grandezza silenziosa, affermo, e, con apparente ossimoro, mi sento di aggiungere “umile”.
    Noi siamo abituati, generalmente, a definire “storici” gli eventi collettivi che ridefiniscono le svolte epocali dell’umanità, organizzata in Stati e classi sociali, sotto l’impulso di personaggi carismatici, perdendo spesso di vista le azioni, le emozioni, le abitudini, le amicizie, le tradizioni, le lotte, la lingua materna, la cultura, il culto religioso delle singole persone, in apparenza prive di spessore, all’interno di gruppi sociali più ristretti, come, ad esempio, quelli familiari.

    Ma è proprio questo limite che il nostro autore travalica con esiti preziosi. Grazie alla determinazione, alla costanza. alla lucidità e all’ampiezza della sua ricerca, noi lettori siamo stati resi partecipi degli eventi e delle relazioni che hanno interessato nel corso di molti anni il suo gruppo familiare.

    Epopea degli umili, mi sento di definirla, connotata soprattutto dall’eroismo morale, in quanto nessuno dei suoi membri si è mai allontanato dall’onestà, nonostante i colpi brutali della povertà. Nessuno di loro ha mai smesso di aiutare gli altri pur assillato esso stesso dalla penuria. Nessuno di loro si è mai voltato dall’altra parte quando il dolore ha fatto tragicamente irruzione nel corpo e nell’anima di qualcun altro del gruppo familiare. Nessuno di loro si è mai arreso né sconfortato quando ha trovato davanti a sé ostacoli di ogni sorta e tutti hanno gioito del successo di uno qualsivoglia di loro. Ecco, dunque, i tratti distintivi del loro eroismo: onestà, laboriosità, tenacia, saldezza e coesione degli affetti, solidarietà, rispetto, condivisione e sostegno in ogni circostanza che la vita ha presentato sul loro cammino.

    Potrei esemplificare a lungo quanto ho affermato, tuttavia, per forza di cose, devo limitarmi a rievocare solo alcuni emblematici eventi.
    Lisa, la persona di valore cruciale della famiglia d’origine dell’autore, aveva il corpo devastato dal cancro ma “strinse i denti e si aggrappò al suo ruolo di mamma e quotidianamente riusciva a nascondere il suo disagio. Aveva la precedenza assoluta l’educazione dei figli che voleva fosse improntata sulla solidarietà reciproca, non poteva permettersi che il suo dolore e la sua tristezza li facessero soffrire.” (pag. 63)

    Gjino, il primogenito dei sei figli di Zuàn e Lisa, aveva perso la vista in un incidente nella miniera di carbone a Ugovizza e tuttavia Rosanna, la sua fidanzata, non mancò alla promessa di unirsi a lui in matrimonio: ”Sì, accetto di sposarti, Gjino. Sarò al tuo fianco, non importa quale sia il destino che ci attende” (pag. 146)
    E Gjino, pur cieco, divenne nel tempo un bravissimo fisarmonicista e un ricercato fisioterapista. Ma come avrebbe potuto assurgere a questa dimensione di abilità pratiche e spirituali se, oltre alla sua passione e alla sua acuta sensibilità emotiva, non avesse trovato nel suo gruppo familiare apprezzamento, condivisione e sostegno? I fiori nascono e sbocciano nel terreno fertile: questa legge è universale.

    La famiglia intera non esitò ad accumulare debiti, perdendo casa e terreni, pur di sostenere le spese per la cura della grave malattia di Lisa e tutti i suoi membri, senza esitazioni, dedicarono per anni le loro energie, facendo ogni sorta di lavori, pur di riscattarne la proprietà.
    Zuàn decise di emigrare in Argentina pur di contribuire all’impresa, inutilmente, tuttavia, perché non riuscì a trovare il lavoro promesso. Tornò al paese a mani vuote, trovò solidarietà, si rimise in gioco senza scoraggiarsi.
    Ecco, potrei continuare a lungo, ma permettetemi di lasciare al lettore di scoprire le vicende che hanno contrassegnato il percorso di progresso della famiglia, sempre sotto la luce dell’insegnamento di Lisa: “La vita può essere difficile, ma ricordate che ogni ostacolo alla fine può essere superato … ancor di più se starete uniti tra di voi, specie se lo insegnerete anche alle famiglie che formerete …” (pag. 96)
    E così è avvenuto, così tutti loro sono arrivati al benessere materiale e alla gioia del legame nella condivisione.
    La condivisione familiare, il sostegno reciproco trovano terreno fertile nello spirito collettivo del paese. Cludinico ha il posto d’onore nel racconto di Serse. Mi ha particolarmente interessato l’usanza delle famiglie del paese di aiutarsi a vicenda, ad esempio riunendosi “attorno al fuoco del camino per separare i fagioli dal baccello. Si radunavano a rotazione nelle varie case, in base alle amicizie e alle parentele…. Sorseggiando tazze di infusi condividevano storie e sorrisi … Era l’occasione di raccontare qualche storia ai tanti bambini radunati, sempre felici di ascoltare affascinanti avventure” (pag.70).
    Ebbene, anche nella via di periferia del mio paese originario, in Abruzzo, vigeva la medesima usanza. Ogni famiglia contadina riversava il mais mietuto davanti al proprio fienile tra marciapiede e strada. E tutti, adulti e bambini, si radunavano, a rotazione cominciando dal principio della via, attorno a questi grandi e alti accumuli per separare manualmente i torsi del mais dalle brattee. Era una splendida, festosa occasione per condividere lavoro, canti, racconti e giochi. E aveva un nome specifico questa usanza: “aiutarella”.

    L’unità del paese – il suo spirito collettivo morale e religioso – si manifestava non solo nello scambio di sostegno materiale ma anche nella partecipazione emotiva agli eventi sia festosi che luttuosi di ogni suo membro. “Era un martedì soleggiato: il 13 marzo del ’34 quando Lisa spirò. Lisa, la dolce matriarca della famiglia Tacus, era morta …. Alla sera in tutte le case di Cludinico, attorno al fuoco del focolare, si sentiva recitare preghiere e un sentimento di sbigottimento attanagliò tutto il paese … Tutti i figli di Lisa anche quella sera si riunirono in silenzio ai piedi del letto, e nessuno osava aprir bocca. Lo fece Gjino iniziando a recitare il rosario” (pag. 118)
    Tutto il paese partecipò alla cerimonia funebre e i cantori recitarono compunti in latino il “Dies irae” (pag. 120) in un’atmosfera gravida di mistero e consapevoli intimamente, nelle fibre del cuore e della mente, della profondità vertiginosa del momento. Nessuno si sentì solo, il paese accompagnò la famiglia Tacus fino alla porta del confine tra terra e cielo.

    Anche gli avvenimenti storici più conosciuti trovano spazio nel racconto di Serse.
    Pieri aveva trovato lavoro in Albania, sotto contratto della prestigiosa azienda petrolifera italiana “AGIP” e sarebbe stato pagato in marchi tedeschi, una moneta molto apprezzata all’epoca. Avrebbe svolto un lavoro tecnico impegnativo e ben remunerato alla ricerca di campi petroliferi, sfruttando l’esperienza di perforatore maturata nella miniera di carbone di Cludinico. Ma la seconda guerra mondiale, già iniziata, lo afferrò nelle sue grinfie, e lui si vide, dopo l’armistizio del ’43, arrestato e buttato dentro un vagone di bestiame per essere deportato in Germania. Nelle vicinanze della stazione per la Carnia, egli e un suo amico trovarono il coraggio di buttarsi dal treno, di fuggire e di salvarsi aiutati a nascondersi dalla gente del luogo. I marchi tedeschi accumulati con costanza per costruirsi la casa diventarono carta straccia.
    Ma voi, cari lettori, credete che Pieri si sia fatto prendere dallo sconforto? No, no davvero: riprendete la lettura del racconto e scoprirete il filo robusto delle sue vicende successive e la sua determinazione a reinventarsi. Pieri ha lasciato un patrimonio di coraggio e di abnegazione che Serse ha ereditato e sul quale ha impiantato la sua vita. Quel patrimonio, la cui formazione parte dal messaggio che Lisa aveva consegnato ai suoi figli radunati intorno a lei: “Le avversità potranno colpirvi, ma se avrete l’amore e la solidarietà come vostro tratto distintivo, sarete in grado di superarle” (pag.112)

    E, al termine del libro, Serse svela il mistero sorprendente del nome “Mario”, che aveva fatto da volano alla necessità di prendere in mano, per chiarirlo , per farlo proprio scoprendone le inimitabili virtù e per consegnarlo alla sua gente, il percorso storico della sua famiglia fino alla vittoria ultima sulle avversità.

    Raffaele Piccolini

    Ottobre 2025

  3. Avatar Ester
    Ester

    Ho finito il libro proprio ora, non sono riuscita a trattenermi dal vedere il sito e le foto originali per avere piú informazioni ed imparare a conoscere ciò che era la mia terra un tempo.
    La storia, che poi è la vera vita carnica, bellissima sia il significato profondo dell’edera sia come viene descritta. Alla fine ero quasi commossa e non mi aspettavo un libro del genere cosí coinvolgente, curioso e con personaggi coraggiosi e di cuore.
    Sinceri complimenti all’autore, leggere della Carnia e saper qualcosa di piú di un tempo è sempre in piacere.
    Magari tutti potessero scrivere e raccontare la storia della propria famiglia! Grazie per averlo fatto!

  4. Avatar Marc Vezzi
    Marc Vezzi

    Recensione di L’Edera di Serse Tacus.

    L’Edera racconta la vicenda di una famiglia carnica nel cuore del Novecento, segnata da difficoltà, sacrifici e prove che sembrano non avere fine. Eppure, nonostante tutto, riesce a rialzarsi e a garantire a ciascun membro una vita dignitosa.

    Leggendo questa storia, è naturale pensare ai Malavoglia: anche lì una famiglia unita, travolta da eventi più grandi di sé, costretta a lottare per la sopravvivenza e legata simbolicamente alla “Casa del nespolo”. Ma se nei Malavoglia il riscatto della casa non basta a ricomporre i legami originari, in Carnia si percepisce una forza comunitaria diversa: la casa dei Tacus viene riscattata, i figli restano sul territorio e prosperano, ciascuno a suo modo. Inoltre, mentre ad Aci Trezza la lotta per la vita sembra isolare e logorare, in Carnia, pur nella povertà, la gente resta solidale, pronta a sostenersi e a condividere tutto ciò che ha, anche se poco.

    Un libro che non solo restituisce la memoria di un tempo e di una famiglia, ma che invita a riflettere sull’importanza dei valori, che emergono quando non si ha niente e resistono di fronte al progresso, rinnovandosi e rimanendo saldi, trasformando solidarietà e unione in una vera forza vitale, tenace come l’edera che lega i membri della famiglia e li radica profondamente alla loro terra.

    E allora, guardando all’oggi, ci si può chiedere: quei valori reggono ancora e si ritrovano nella Carnia che ha conosciuto il progresso negli ultimi cinquant’anni, oppure, pur restando validi, vengono messi in discussione e mostrano la loro fragilità, come accadeva nei Malavoglia? E riusciranno a resistere ancora, mantenendosi saldi nonostante le sfide moderne?

  5. Avatar Martina Pellegrina

    I ai finît lu libri vuio. Biel, genuin, a traz comovent. Uno storio vero pleno di vicissitudines como “I Malavoglia”. L’episodi de fugo di Piêri a mi riguardo lu libri “Fuga dai Piombi” di Casanova, incredibil. Un libri di formazion che como ducj iu pin famuos libris dramatics al à par furtuno un biel finâl.
    Cumplimenz par vío scrit uno storio personâl che po esi peró universâl.

  6. Avatar Patrizia G.

    Da recensione AMAZON
    A chi leggerà questo romanzo, fin dalle prime battute sembrerà di percepire il profumo intenso e legnoso dell’edera e la forza del rampicante che avviluppa e tiene uniti i personaggi, sostenendoli nella buona ma prima ancora cattiva sorte.
    É una pianta cara agli scrittori, se si pensa a Grazia Deledda, che però alla sua Edera attribuì un significato esattamente opposto a quello del nostro talentuoso autore ovvero quello di un sostegno che aiuta ma non consegna alla propria autonomia e indipendenza.
    É comunque l’amore e il rispetto reciproco che tiene uniti i cinque fratelli Tacus, non l’edera che è invece solo l’emblema, l’espressione pittorica e anche un po’ poetica, di un raro lignaggio umano che di nobile ha la generosità, la perseveranza, la resilienza, l’operosità.
    Una madre, piena di grazia, ha guidato il loro destino con una preveggenza che è solo data alle madri, sfruttando quel piccolo potere terreno concessole per istruirli a tenersi per mano nelle avversità che, dopo di lei, già vedeva profilarsi al loro orizzonte; con una promessa semplice, accorata, potente come una preghiera, i figli hanno esaudito il suo ultimo desiderio. Da lì la loro nuova vita, senza una guida tanto preziosa, ma eredi di un tesoro inestimabile, fatto di quell’amore seminato, sparso, coltivato, cresciuto a loro stessa insaputa; inesauribile come se provenisse da una cornucopia; nessuna caccia per trovarlo, nessuna mappa per disseppellirlo perché sempre a portata di mano, in ognuno di loro.
    Poveri eppure così ricchi da commuovere e lasciare e senza parole.
    E come presagito, le avversità che li travolgono a cascata, le une più inverosimili delle altre, ogni volta vengono imprevedibilmente superate senza scoramento, senza malessere, senza rivalse, con un ottimismo disarmante e con risultati a volte straordinari: così un’improvvisa cecità trasforma il minatore esperto in un musicista scanzonato e in un, poi apprezzato, fisioterapista; così la menomazione di un bambino che, per il morso di una vipera, perde parte di un piede, ma con il moncherino residuo, torna a camminare sia pur a tratti claudicante, senza che il suo futuro ne venga intaccato (a questo proposito un plauso agli abilissimi chirurghi che agli albori di simili interventi, sono stati in grado di salvargli la vita e la possibilità di camminare!); così l’inutile quanto avvilente viaggio del padre Zuàn verso la lontanissima Argentina per cercar lavoro e far fronte al debito contratto per curare la moglie ammalata di cancro e ancora la prematura morte della sorella che poco prima delle nozze, colpita da meningite, lascia l’intera famiglia sconvolta, ma ancor più unita davanti alla sua tomba, e tante altre disgrazie da non poterle riassumere in queste poche righe perché il semplice racconto non renderebbe loro il giusto grado di sofferenza.
    L’impressione è che non finiscano mai, ma tanti fratelli obbligano a una sola operazione: la moltiplicazione. E se si vuole far di conto, cinque per almeno due eventi sfortunati a testa diventano dieci, o comunque tanti da obbligarci a una domanda: ma la sfortuna ha qualche legge intrinseca ancora ignota che giustifichi tante catastrofi in un sol punto, come fulmini concentrati sullo stesso albero, o non è un caso il detto “la fortuna è cieca ma la sf… ci vede benissimo?” Come poi diceva Tolstoj in Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Quindi le disgrazie accadono a tutti, tante quante è dato il caso che siano e in modi differenti, solo che la famiglia Tacus ha vantaggio e vanto di avere in seno uno scrittore capace di mettere nero su bianco e raccontarle.
    Ma l’infelicità può essere fugace quanto la felicità, e essere uniti aiuta di più nella cattiva che nella buona sorte. I fratelli l’hanno imparato a loro spese e senza perdersi mai d’animo sono divenuti una numerosissima famiglia di cui i nuovi elementi si sono adeguati all’unica identica regola: affetto e reciprocità. Nessun dissenso solo e sempre unanimità.
    A ogni riga si rimane comunque col fiato sospeso: cosa potrà ancora accadere? Ma la morale è sempre la stessa: la vita svolta all’improvviso, nel bene e nel male; in certi casi ci può lasciare a un passo dal baratro, dipende solo da noi accettare la sconfitta e buttare la spugna. E i fratelli Tacus, cocciuti, resilienti, capaci, forse anche un po’ ruvidi, non conoscono la resa, non hanno mai alzato bandiera bianca.
    Siamo in pieno Verismo Carnico, chissà una corrente Verista nuova perché manca del suo elemento saliente: il pessimismo; non c’è spazio per piangersi addosso e se non l’avesse già detto Dante “allora uscimmo a riveder le stelle” penserei a un originale motto dei Tacus.
    Le pagine descrivono con dovizia di particolari la situazione sociale dell’epoca, quasi incredibile se vista con occhi attuali, per i mezzi di comunicazione rudimentali, difficili, poco accessibili ai più, le strade impercorribili, i mezzi di trasporto rozzi, una sanità solo privata e quasi sempre preclusa ai poveri, l’assenza di anche minime norme di sicurezza sul lavoro, l’affaccio del mondo alla prima Guerra Mondiale, alle campagne di Russia e poi alle truppe naziste e ai campi di concentramento. E a rileggerle, è inevitabile chiedersi con quale forza d’animo, con quale capacità anche fisica quella generazione, quell’umanità ormai estinta, abbiano superato tante e simili difficoltà.
    Nel romanzo si sottolinea poi l’attenzione per gli animali e per il loro benessere, si rimarca la laboriosità e l’impegno di ogni individuo a cui si attribuisce, fin da bambino, un compito che muta col trascorrere del tempo e dell’età, si descrive il valore e il rispetto della terra coltivata e la gratitudine per i frutti che consegna in cambio di tanta cura, si valorizza il concetto di casa non come proprietà ma come luogo di riunione, di calore, di affetti, il tutto completato e arricchito dalla presenza forte della comunità, che abbraccia nella sventura e diviene il sesto fratello invisibile su cui far affidamento, ma che condivide anche la gioia di un ballo al suono della fisarmonica di Gjino o un buon bicchiere di vino al bar del Ponte di Pieri e Rejina.
    E la natura? Non è protagonista secondaria: luoghi di rara bellezza, boschi a perdita d’occhio, montagne, prati, fiori e poi la neve, tanta neve. E adesso che mi accomiato da questo bellissimo libro provo un po’ di nostalgia e a dir la verità, per quanto non sia un’amante dei giochi spericolati e delle emozioni forti, non mi dispiacerebbe fare un volo a velocità sconsiderata tra i boschi e sopra il lago con la teleferica ideata da Nuti, respirando il profumo dei pini e ascoltando il suono dei campanacci dai pascoli sottostanti.
    La vita è davvero un’avventura incredibile che val la pena di vivere e che non finirà mai di stupire e la lettura di queste pagine, che lo grida a gran voce, vi rimarrà nel cuore come l’augurio di Zuàn di una lunga vita in salute, onesta e laboriosa.

  7. Avatar Luigi

    Da recensione AMAZON
    L’Edera di Serse Tacus, sottotitolo “ Storia vera di una famiglia Carnica del secolo scorso”. Libro piacevole ed a tratti avvincente, descrive la saga della famiglia Tacus, in Carnia, una regione dell’estremo nord est italiano al confine con l’Austria. Il periodo è quello che va da inizio a fine del ‘900.
    Elisabetta (Lisa) e Giovanni (Zùan) e i loro sei figli Gjino, Maria, Albino (Albin), Giovanni (Zanut) , Ines e Pietro (Pieri) sono i protagonisti, una famiglia numerosa con 6 figli in 10 anni, come era tipico del periodo.
    Il titolo del romanzo richiama un ramoscello d’edera che rappresenta il simbolo unificante dei fratelli, usato quando i fratelli erano bambini per rimanere uniti camminando in montagna e poi usato in fotografie celebrative.
    La famiglia vive in un contesto di agricoltura di sussistenza, poche occasioni di lavoro locali dopo il terremoto del 1928 e poi nella miniera di Carbone di Cludinico e nella cartiera di Ovaro. Per trovare fortuna non resta che provare ad emigrare, anche all’estero, Pieri in Albania e Zuan in Argentina, ma per alterne vicende la fortuna non arride.

    Carissimi Lisa, Gjino, Albin, Ines e Pieri
    Spero che questa lettera vi trovi in buna salute cime lo sono io. sono giunto sano e salvo a Buenos Aires, dopo un indimenticabile viaggio in mare. Siamo partiti da Tolmezzo in otto, tutti Carnici ed ora viviamo tutti assieme in un appartamento alla periferia di Buenos Aires. Qui le case sono piu’ alte del campanile di Cludinico e nessuna ha la stalla con mucche da mungere.

    Invece la sfortuna si palesa pesante e beffarda, accompagnata dall’unità e dalla perseveranza della famiglia che supera malattie, debiti, incidenti sul lavoro, morsi di vipere, deportazioni, inflazione, disabilità, guerre. Perfino Albin che era riuscito a trovare lavoro come sarto deve rinunciare in quanto affetto da daltonismo.
    Con i debiti raffronti, mi ricorda Napoli Milionaria di Eduardo De Filippo dove la malattia e la ‘roba’ sono messi sul piatto della bilancia, con il denominatore comune che le persone per bene fanno di tutto per superare le avversità e soprattutto lo fanno restando oneste e “pulite”.
    Il romanzo termina con un lieto fine, la famiglia torna in possesso dei suoi averi, raggiunge la tranquillità anche economica. L’arcano su un Mario che non risultava possibile, viene risolto.

    Un libro che esce dagli stereotipi di massa, si legge gradevolmente, oltre alla storia della famiglia ha una seconda chiave di lettura sulla durezza della vita in quie tempi in Carnia, in un contesto storico complesso, quando una malattia poteva mettere in ginocchio una famiglia, quando si poteva cercare solidarietà, non sempre disinteressata, solo presso i compaesani.

  8. Avatar Martina R.
    Martina R.

    Una bellissima storia di fratellanza e unione, nonché una testimonianza importante della vita di un tempo. Una piacevolissima sorpresa il rimando a questo sito a fine libro. Poter vedere le foto delle case, dei protagonisti ecc. con nitidezza, rende ancora più “vivo” questo piccolo mondo che ci è entrato nel cuore pagina dopo pagina.

  9. Avatar Luciana Felice
    Luciana Felice

    Carissimo Serse…il tuo libro mi ha accompagnata verso questo santo Natale che ci è dato da vivere…e verso un nuovo anno sempre più travagliato. “Salute, onestà, laboriosità…testimoniate da una famiglia esemplare” Ho avuto il dono di conoscere Gjino,
    Pieri…Albin e le loro famiglie e mi ricordo i sentimenti di stima che ho sempre provato verso tutti voi da quand’ero bambina. Sei riuscito a dare loro, assieme a tutta la famiglia di Zuan e Lisa, voce e testimonianza di quanto una famiglia unita ha potuto affrontare e superare in tempi molto difficili per la nostra Carnia. Grazie…e AUGURIOS DI CUR a duc vuatris…Bon Nadal e bon An tas mans dal Signor…

  10. Avatar Denis Giorgini
    Denis Giorgini

    È stato un salto nel passato…mi son calata in un’ epoca tanto diversa da sembrare inverosimile narri vite di sole poche generazioni orsono.
    Una delle letture più coinvolgenti io abbia mai fatto.
    Non trovo le parole per spiegare le emozioni che mi hanno quasi travolta. Gioia, tristezza, indignazione, preoccupazione…tutte insieme, una sopra l’altra o accavallate…una riga dopo l’altra.
    Così toccante da commuovermi. Ho pianto. Tanto (più dei figli di Lisa). Un po’ mi imbarazza confesarlo. Per fortuna oggi le lacrime non significano più fragilità ma testimoniano emotività ed empatia per storie, persone, sofferenze, esistenze… semplicemente vere. Oggi che il vero, il verosimile e l’artefatto non sono più distinguibili… ora che il superfluo si maschera da essenziale …ho visto lo scintillio della brutale semplicità del vivere.
    La storia che andrebbe insegnata a scuola è questa. Perché i futuri adulti conservino la memoria di ciò che fu e costruiscano ciò che sarà con l’esperienza di coloro che non sono più.
    Confrontarsi, restare uniti, aiutarsi e gioire del “poco” perché il resto è solo fatua frivolezza…
    Ti ringrazio per quello che mi hai trasmesso con la testimonianza dei tuoi avi (anche se molto sfortunata), forse non ricco di cose ma colmo di forza e solidarietà.

    Purtroppo queste situazioni, per quanto oggi possano sembrare surreali, non erano tanto rare e accumunava molte altre famiglie nella zona o nel periodo, quindi immedesimarmi è stato naturale.
    Farò tesoro dell’esperienza di chi ha superato tante avversità condividendo il peso…ma anche le gioie … della sorte o Dio ha assegnato…
    Tutto questo da ora farà parte di me e spero di molti altri…
    Ancora grazie con affetto DENIS

  11. Avatar Paolo Dell’Oste
    Paolo Dell’Oste

    Ciao Serse… mi sono immerso con piacere e ho letto tutto del sito,che ovviamente l ho trovato molto interessante per i motivi che tu ben sai.
    attenderò con pazienza la pubblicazione del libro che appena potrò lo comprerò sicuramente.
    Ti ringrazio per avermi riportato indietro nel tempo, ai bei ricordi di Nuti e Rina, Lisetta, (mia maestra di asilo, per quel poco che l’ho frequentato!) Pieeri che ci ha aiutato in renginin, con la sua amata Regjina, e Albin e Pina che sono stati per un periodo nonni acquisiti.
    Ti faccio i miei più sinceri auguri per una riuscita soddisfacente del tuo lavoro, e spero di vederti presto per commentare il tutto.
    un saluto dalla Bielorussia, con un ricordo a Cludini…

    mandi Paolo di Ceck.

  12. Avatar Serse Tacus

    A tutti una buona navigazione nel sito!

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